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martedì 12 febbraio 2013

Chapeau!

I cappelli: ci sono persone che sembrano nate per portarli. A prescindere dal fatto di indossarli o vederli indossati, mi soffermo qualche volta a pensare che dovrebbero essere più diffusi. Fino agli anni Cinquanta il cappello e un paio di guanti erano d’obbligo per ogni persona mediamente curata. A partire dagli anni Sessanta, sono scivolati entrambi giù dalla china dell’accessorio e, mentre i guanti hanno saputo comunque resistere, i cappelli sono precipitati nel burrone del facoltativo.
Il che però ci regala, quando ne incontriamo uno ben portato, il piacere di gioirne e lasciarci prendere dalla voglia di trovarne uno anche per noi.
Un’amica ne ha trovato uno, a tesa larga, di un verde convincente e travolgente. Nello scorgerla da lontano, l’altro giorno, ho subito pensato che l’inverno – quello che non finisce più – lei aveva trovato il modo di illuminarlo e di riscaldarlo un po’.

(Photo by D.)

Lo definisce un semplice cappello a tesa larga in un bel verde bottiglia. E aggiunge che non è "esagerato" ma catalizza l'attenzione. Sarà la falda o sarà il colore o forse è il semplice fatto che per indossare un cappello "ci vuole un po' di coraggio". Detto questo, lei afferma che non lo indossa perché ha coraggio, ma perché le piace e si sente bene quando ce l'ha in testa!

(Photo by D.)

I cappelli: ci sono donne che sembrano nate per portarli.

(Di P.)

sabato 8 dicembre 2012

Eruzione d'entusiasmo





Mi fanno morire (di tenerezza) quelli che quando ti incontrano ti esplodono in un entusiastico: “Ma che elegante che sei oggi!!”. Perché non si rendono conto che può anche sembrare offensivo (“Ma che elegante che sei oggi!! In genere, mi ricordi una modella della Standa”). Specie a causa della sincera e incontenibile sorpresa, ti senti un po’ a disagio: la voce si alza loro pure di qualche tono e c’è, a volte, anche un leggero strabuzzamento dell’occhio. E immediatamente dopo avere fatto brillare la loro mina d’apprezzamento, ti guardano come cuccioli che sono stati tanto bravi e che si aspettano subito subito una coccola e un “grazie” formato natalizio.
Mi fanno una tenerezza indicibile.
E mi fanno pensare: magari è meglio se sto più attenta. Magari, il più delle volte, sembro davvero una modella della Standa.
(Di P.)

mercoledì 13 giugno 2012

Lustrini e paillettes di stagione

Evviva evviva: è arrivata la bella stagione e sta per cominciare l’estate. Siamo contenti: c’è più luce, naturalmente fa un po’ più caldo, per qualcuno si smorzano i ritmi lavorativi e si può trascorrere qualche fine settimana al mare o al lago (e ritornarne con uno spicchio di abbronzatura). Insomma, siamo molto contenti. Così contenti che ci viene voglia di festeggiare e per festeggiare ci viene voglia di metterci a brillare.
E per brillare ci mettiamo il sandaletto con lo strass per andare in ufficio e/o la t-shirt con le paillettes per andare a fare la spesa e/o la camicetta di pizzo (nero!) con i lustrini per accompagnare i bambini a scuola. Con il risultato di sembrare – alle nove del mattino – appena usciti da una festa/festina/cena/serata a teatro/discoteca/concerto rock, ecc. L’effetto è stridente, quasi violento, e soprattutto triste, cioè il contrario di festoso.
Non intendiamo smorzare il legittimo giubilo per la sopraggiunta fine dell’inverno, ma solo segnalare una tendenza. Si tratta più che altro di una “debolezza”, nella quale è facile cadere, evidentemente. E allora, onde evitare di non riuscire più a rialzarsi, forse è meglio darsi delle regole. Un po’ come per gli alcolici: non prima di una certa ora, non farci l’abitudine, non abusarne e riservarli preferibilmente ai momenti di festosa convivialità cioè alle occasioni speciali (non all’ufficio, alla scuola o al supermercato).
Caspita: così saremo non solo eleganti, ma anche sobri. Che sia un po’ troppo?...
(Di P.)

lunedì 21 maggio 2012

La porta in faccia


Invitiamo, chi lo desideri, a fare un esperimento. Consiste nel contare quante volte nell’arco di una giornata o di una settimana (o di un mese, se siete per le rilevazioni sul medio-lungo periodo) ci si ritrova con una porta in faccia. No, non la torta. La porta.
Succede spessissimo, almeno nella città in cui abito. Se ci si fa caso, risulta infatti impressionante il numero di persone che, quando entra in un negozio, in un cinema, in un bar, in uno stabile di qualsivoglia natura, procede sempre come fosse l’ultimo oltre che il primo della fila. Cioè, a questi soggetti non è mai stato insegnato o suggerito di volgere leggiadramente quanto parzialmente (basta poco, infatti) il collo per verificare che non vi sia qualcuno dietro di loro che, appunto, se ignorato, rischia di ritrovarsi con la porta chiusa sulla faccia.
Questo comportamento dà luogo a visioni estremamente ineleganti: chi sta davanti appare davvero come un perfetto esemplare di mancanza di percezione dell’esistenza di altri da sé (altresì definibile come “maleducazione”), e chi lo segue rischia a volte di doversi poco graziosamente puntellare sui tacchi per respingere la caduta libera della porta verso la sua persona.
C’è anche un altro possibile risvolto: il verificarsi di manifestazioni di riconoscenza quanto mai fuori luogo. Infatti, quando si trattiene una porta per chi segue (o precede: non facciamoci mancare niente) a volte il destinatario del gesto, non essendo evidentemente aduso a cotanta cortesia, si produce in ringraziamenti tali che potrebbero essere giustificati solo dall’avergli, che so?, salvato la vita dell’unico figlio, in procinto di essere travolto da un’auto in corsa.
Invitiamo dunque, chi lo desideri, a fare un altro esperimento. Sforziamoci di praticare sistematicamente la cortese apertura della porta per la sconosciuta o lo sconosciuto che ci segue quando entriamo o usciamo da un luogo pubblico. E proviamo a vedere se, dando l’esempio, i casi di porta in faccia in questa città conosceranno una (seppur minima) flessione.
(Di P.)

lunedì 20 giugno 2011

La scarpa sbagliata: racconto di un vero incontro (ovvero cosa può minacciare il nostro senso estetico nei luoghi e nei momenti più insospettabili).

L’ho vista. Con i miei occhi: era lì, davanti a me, che mi precedeva mentre scendevo le scale. Finché la rampa non fosse terminata, ero in trappola, non potevo sottrarmi, il mio sguardo raccapricciato, malgrado tutto, restava incollato al dettaglio, che ingigantiva e ingigantiva: un mozzicone di caviglia si divideva tra una décolleté tacco 5, né ballerina né stiletto (e di un beige altrettanto indeciso, mellifluo), e il limitare estremo di un paio di jeans accorciati da un risvolto casereccio.  Ai piani superiori, si ritrovava una casacca a fiorami ubriacati, i cui lembi, privi dell’appiglio pietoso di una cintura, subivano in doloroso silenzio il destino timidamente svolazzante dei dimenticati.
L’informe aveva preso forma, la mancanza di una benché minima consolazione cromatica e – chissà perché il particolare non mi ha sorpresa – un afrore di afa subita sotto indumenti non abbastanza freschi –, come ruffiani dell’aberrazione, circondavano quella scarpa (sciapa, sformata anche), quella caviglia (grottescamente puerile) e quel risvolto (tristemente agreste).
Pochi istanti e gli scalini erano terminati, svoltavo l’angolo nella direzione opposta a quella “cosa”, mi riprendevo la mobile libertà del mio campo visivo. Ma una tale visione, come i raggi di un sole invadente che manda bagliori nel buio delle palpebre chiuse, resisteva ancora alla fuga attraverso la quale cercavo, in un corridoio qualunque, di stabilire una distanza sostenibile tra me e l’orrore. E l’immagine, già fantasma di se stessa, si radicava tuttavia in quella parte della mente che sembra preposta a custodire – per quanto? – ciò che ci ha ferito.
Non volli e fui grata di non potere associare un volto a cotanta bruttezza, come non si desidera, dell’atto efferato e inumano dell’assassino, conoscere la mente che lo ha concepito. Ma questo non mi risparmiò il rigurgito serotino di questa costola ponderosa di nefandezza estetica.
Chissà: se avessi preso un’altra strada, quella mattina, o se mi fossi affrettata lungo il percorso usuale? Avrei potuto precedere di pochi, ma cruciali secondi la portatrice (sana?) di una combinazione malsana. Però l’incidente, dopo che è avvenuto, inutilmente lo si ripensa alla luce di alternative che evidentemente il fato non ha ritenuto di offrirci.
Si passa oltre, certamente. Ovvero: tutto passa. Tranne forse il malinconico ricordo di quella casacca, costretta – lei sì – ad affacciarsi tutto il giorno sulla tela ordinaria arrotolata laggiù, malamente. Su quel risvolto senza speranza, a una manciata – comunque eccessiva – di centimetri sopra la scarpa sbagliata.
(Di P.)