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domenica 15 marzo 2015

Un fiore che fa già primavera




L'ho trovato in uno spazio espositivo nel Marais, un po' nascosto (vi si accede per una porticina che è in un vicolo cieco ovvero l'Impasse des Arbalétriers, che si apre al numero 36 della rue des Francs-Bourgeois). Anche il nome è suggestivo: la Boutique ephémère du Marais.
Effimero e segreto, dunque, questo luogo accoglie diversi stilisti che si avvicendano con le loro creazioni d'abbigliamento, accessori e gioielli. Gli stilisti cambiano, ma in generale vi si trovano indumenti ed oggetti in serie limitate o anche pezzi unici, un po' eccentrici, caratterizzati dalla mescolanza di tessuti e fantasie per gli abiti, con una certa tendenza all'assimetria e (un po' troppi) materiali sintetici (per i miei gusti). Perciò questo cappello - il modello si chiama Charleston - rappresentava, in quel contesto, una specie d'eccezione. E anche rispetto agli altri copricapi e accessori della firma, Mino Delavictoire (chapeaux, ma anche bijoux de tête!), di cui potete vedere qualche campione sul rispettivo (piccolo) sito.
 

In vero feltro, era declinato im molti colori (compresi i sempre attraenti rosso e nero), alcuni morbidi e pastello, mentre ce n'erano degli altri tendenti addirittura al flou (era interessante il contrasto della tonalità sgargiante con il modello d'altri tempi). Mi hanno consigliato una tinta che richiamasse quella dei miei occhi, perciò ho escluso subito il rosso, il giallo e l'arancione. Ed ecco il risultato!


Si tratta del genere di copricapo che non sta con tutto, ma che si può portare in tutte le situazioni. Devo dire che lo trovo originale, nonostante il modello tradizionale e il colore non flou. Non so a voi, ma a me sembra anche molto elegante.

(Di P.)

domenica 17 agosto 2014

Artigianato creativo d'estate

Nella vetrina di un piccolo ma grazioso negozietto a Lecce, ho notato alcuni giorni fa questi "accessori" realizzati con l'impiego di bottoni e, mi è parso, del buon gusto. 



Mi hanno ricordato qualcuno che conosco. Qualcuno che, con qualche bottone, è pure capace di realizzare gioielli originali ed estrosi.
Degli oggetti leccesi mi ha colpito soprattutto la collana (qui sotto). Purtroppo, il negozio era chiuso e non sono potuta entrare per un'esplorazione, alla scoperta, magari, di altri piccoli tesori. Trattavasi d'esercizio interessante: mescolava il vintage e il non vintage con oggetti artigianali o "restaurati" e reinventati.
Alla prossima.


giovedì 28 novembre 2013

Il latte nero

Qualche settimana fa, presso un mercatino nel quale sono capitata per caso, sempre per caso sono capitata su un bell'acquisto. Io la chiamo "sciarpa ad anello" o "sciarpa ciambella" (evidentemente non ho molto da fare in questo periodo se dedico parte del mio tempo a inventare nuovi nomi per gli accessori), ma è uno scaldacollo. Ci sono tanti scaldacollo (non mi piace questo nome, non c'è niente da fare). Però questo è largo, lungo, copioso, accogliente, molto molto caruccio. La fantasia ha del vintage, il che mi decise ad appropriarmene.


 
Nello sceglierlo (quei 50 minutini, quelle 35 prove di 35 scaldacollo diversi, di cui alcuni provati due volte, va da sè - eh sì, ce n'erano parecchi) ho potuto fare la conoscenza degli artefici del capo suddetto (ma anche di pochette, borse, spille e così via): delle simpatiche (e pazienti) ragazze, creative e cordiali quanto organizzate. Lavorano handmade quello che disegnano e producono, in un laboratorio a Busto Arsizio.



I materiali e i modelli sono interessanti (niente pura lana, niente pura seta, niente puro cachemere, non è quel genere lì), c'è dell'estro e una buona cura nella realizzazione (la cura ci piace: scalda come la pura lana, la pura seta...). E - crisi docet - non ho potuto non notare che i prezzi sono ragionevoli, onesti persino. Che di questi tempi.

Si chiamano Black Milk. E insomma, ho fatto un giretto sul loro sito (http://www.bmilk.net). 
Questo non è un blog con la pubblicità, ma quando qualcosa funziona ed è gradevole, perché non indicarlo?
(Di P.)
 

martedì 12 febbraio 2013

Chapeau!

I cappelli: ci sono persone che sembrano nate per portarli. A prescindere dal fatto di indossarli o vederli indossati, mi soffermo qualche volta a pensare che dovrebbero essere più diffusi. Fino agli anni Cinquanta il cappello e un paio di guanti erano d’obbligo per ogni persona mediamente curata. A partire dagli anni Sessanta, sono scivolati entrambi giù dalla china dell’accessorio e, mentre i guanti hanno saputo comunque resistere, i cappelli sono precipitati nel burrone del facoltativo.
Il che però ci regala, quando ne incontriamo uno ben portato, il piacere di gioirne e lasciarci prendere dalla voglia di trovarne uno anche per noi.
Un’amica ne ha trovato uno, a tesa larga, di un verde convincente e travolgente. Nello scorgerla da lontano, l’altro giorno, ho subito pensato che l’inverno – quello che non finisce più – lei aveva trovato il modo di illuminarlo e di riscaldarlo un po’.

(Photo by D.)

Lo definisce un semplice cappello a tesa larga in un bel verde bottiglia. E aggiunge che non è "esagerato" ma catalizza l'attenzione. Sarà la falda o sarà il colore o forse è il semplice fatto che per indossare un cappello "ci vuole un po' di coraggio". Detto questo, lei afferma che non lo indossa perché ha coraggio, ma perché le piace e si sente bene quando ce l'ha in testa!

(Photo by D.)

I cappelli: ci sono donne che sembrano nate per portarli.

(Di P.)

domenica 13 gennaio 2013

Un decalogo in saldo




1. I soldi vanno, l’acquisto resta: che ne valga la pena, allora! O niente.

2. Se non è della mia taglia, non è della mia taglia. Quindi, non è della mia taglia. Ciò significa che non è della mia taglia.

3. Una cosa preziosa è lo spazio: non riempirò quello del mio armadio di cianfrusaglie. Nemmeno se sono firmate.

4. Meglio rinunciare a una cosa bruttina e poco costosa per comprarsene una (magari) più cara, ma bellissima (!), l’anno prossimo.

5. Inutile fare follie. Non sono ancora su un’isola deserta. Ci sarà sempre un altro vestito.

6. Idem. Ci sarà sempre un’altra borsa.

7. Idem. Ci sarà sempre un altro paio di scarpe (barra stivali).

8. Se non è il mio colore, non è il mio colore. Vale a dire che non è il mio colore. Come a dire, quindi, che non è il mio colore. Appunto: non è il mio colore.

9. Se porto solo abiti di jersey neri e camicie di seta, non comprerò pantaloni di lana e dolcevita policromi, costassero pure un soldo di cacio.

10. Se, nonostante tutto, non trovo niente, mi ripeterò il mantra dei saggi: non è la meta (l’oggetto) che conta, ma il viaggio (la caccia!).

lunedì 7 gennaio 2013

Tempo di saldi e saldi d'altri tempi



Probabilmente state ancora contando le cartucce e valutando lo stato dell’artiglieria, prima di passare all’azione e “colpire” (come dice una mia agguerrita ed elegantissima amica). Il tempo dei saldi, così attesi di questi (difficili) tempi, è già arrivato. Non si potrà attendere ancora molto per andare fieramente alla carica.


Nonostante il trascorrere degli anni e dei decenni, il periodo delle vendite a prezzo ribassato scatena sempre le stesse smanie e le stesse intense passioni: alla ricerca dell’occasione, del bell’oggetto meno caro o dell’oggetto caro non più inaccessibile.
Tempo di saldi e saldi d’altri tempi: negli anni Sessanta, Geneviève Antoine Dariaux, stilista, direttrice per anni della Maison Nina Ricci e punto di riferimento della moda e dello stile parigini, pubblicò negli Stati Uniti A Guide to Elegance, una guida che viene ancor oggi ristampata e che nel 2005 è uscita anche in un’edizione italiana (Guida all’Eleganza, Mondadori). 

Una prima edizione della guida all'eleganza di Geneviève Dariaux

 Alla voce “saldi”, Dariaux scrive: «I giorni delle vendite in saldo nei saloni d’alta moda di Parigi sono teatro di scene incredibilmente comiche! Matrone grassocce che cercano disperatamente di infilarsi in abiti creati per le esili indossatrici, sotto lo sguardo desolato della direttrice delle vendite, che rabbrividisce sembrandole di sentire le grida di dolore delle cuciture mentre si spaccano e i dolenti gemiti delle cerniere lampo sottoposte a tortura. Clienti che vagano senza il minimo imbarazzo in mutandine e reggiseno. E, spettacolo più temibile di ogni altro, le perenni cacciatrici del buon affare, che veleggiano nei saloni di Dior o Givenchy come se andassero al mercato delle pulci e, lo sguardo accigliato, scavano sistematicamente tra i vestiti in mostra alla ricerca della perla rara.
È del resto possibile trovare una vera “perla” alle vendite a saldo se sapete come cercarla, se non avete idee preconcette e se siete pronte a comprare un soprabito invernale in giugno o un abito di lino a gennaio […].

L'edizione contemporanea (quella italiana ne replica la grafica).
 
Tuttavia, non consiglierei a una cliente inesperta di avventurarsi nei saldi, perché, se ha la sfortuna di capitare tra le mani di una venditrice poco scrupolosa (il che accade naturalmente più di rado in una casa di moda con una buona reputazione), corre il rischio di portarsi via un capo che non oserà indossare mai dopo esserselo provato davanti al suo specchio, lontana dall’atmosfera inebriante del salone di moda. […]
I saldi nei grandi magazzini sono ancora più rischiosi, sebbene sia a volte possibile fare splendidi affari. […] Alcune fabbriche si specializzano in abiti per i saldi, e i loro capi raramente valgono più del cosiddetto “metà prezzo” al quale vengono venduti.

Geneviève Antoine Dariaux
 
Non mi aspetto che queste tristi realtà dissuadano le donne dal cercare un colpo di fortuna, perché la caccia al buon affare sembra un istinto femminile innato. Potrete anche trarre grande soddisfazione dai saldi, purché vi armiate di molto coraggio e della forza d’animo per resistere alla tentazione di un vestitino incantevole che si rivelerà costosissimo quando vi renderete conto che, anche se non vi è costato “niente”, non vi serve a niente.» (G. A. Dariaux, Guida all’Eleganza, Mondadori, Milano 2005).

(Di P.)

martedì 1 gennaio 2013

Il Colpaccio

Capita raramente, ma quando capita sono soddisfazioni. Esci a fare un giretto. Magari sei pure tutta presa e compresa nei tuoi crucci veri o presunti, ma la congiuntura dell’universo fa sì che tu giunga in prossimità di un negozio, di un negozietto, anche di un negoziaccio. Magari anche un esercizio nel quale non sei mai entrata o che non avevi nemmeno notato. O lo avevi notato, ma lo avevi mentalmente archiviato come “ininteressante”.
E ci entri. Tanto… Così, per perdere qualche minuto.
E trovi.
E fai il colpaccio.
Dicesi colpaccio l’imbattersi – in genere fortuitamente – in un indumento o accessorio che non solo è della tua taglia, ma ti va a pennello, proprio a pennello. Che non solo ti sta benissimo, ma ti piace pure un mondo (il colpaccio mette allegria, il colpaccio è euforizzante). Che non solo è firmato, ma è pure di qualità eccelsa (il colpaccio dura nel tempo). Che non solo è in saldo, ma beneficia di un ulteriore ribasso (il colpaccio è tale quando la cifra dispensata è seriamente ridicola, questo è fondamentale). E se è un vestito, ti regalano pure l’appendino. E se è una borsa, c’è pure il suo bel sacco antipolvere.
Una volta, all’atto di pagare la suddetta ridicola cifra per un colpaccio, ho pure scoperto che, benché ridicolmente bassa, la somma sarebbe pure stata devoluta… in beneficienza. È stato meglio di un sogno ad occhi aperti: per un attimo, ho sperimentato il mondo alla rovescia. Rubavo, e mi dicevano grazie, brava, torni… E mi hanno dato anche l’appendino. 
Insomma, è stato Il Colpaccio.
Per il nuovo anno, auguriamo a tutti di fare almeno un colpaccio. 

Buon 2013 da Costanteleganza.

(Di P.)

domenica 2 dicembre 2012

The Odd Couple(s)




Da qualche tempo, ho notato che può capitare di incontrare abbastanza spesso delle “strane coppie”. Non esattamente come quella del perfetto (perfettamente scritto, perfettamente interpretato, perfettamente cadenzato) film di Gene Saks e Neil Simon, ma, a volte, con gli stessi risvolti comici.
Sto parlando delle coppie madri e figlia o padre e figlio (è più evidente tra genitori e pargoli dello stesso sesso, ma avviene anche tra sessi diversi) in vestitura simbiotica. C’è la figura grande e c’è la figuretta piccola, ma sono vestiti nello stesso identico modo.
Si tratta di una tendenza naturale, che è sempre esistita e, anzi, fa parte non solo della cultura Occidentale, ma di tutte le culture. La questione interessante è che in Occidente, e solo in Occidente ho l’impressione, si è invertita la direzione del fenomeno.
Un tempo, e da sempre, erano i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze a volersi abbigliare (e truccare, e “accessoriare”) come gli adulti e, naturalmente, in particolare come gli adulti di riferimento, cioè i genitori. Passare dal calzone corto a quello lungo, indossare i primi centimetri di tacco, disfarsi delle trecce o della coda di cavallo, annodare una cravatta o sistemare un foulard, portare un gioiello, ma anche, semplicemente, indossare un primo abito “da donna” o una giacca: erano, e per alcuni sono ancora, il simbolo di un primo rito di passaggio all’età adulta, a lungo agognato e – perché no? – anche piuttosto divertente.
Ora, invece, a mano a mano che l’età matura o quella di mezzo si avvicina e si consolida per i genitori, sono questi ultimi che compiono il rito di passaggio, ma a un’eterna giovinezza o adolescenza. E cominciano (o continuano) a vestirsi come i loro figli (questo significa allora che Giorgino potrà finalmente sentirsi “grande” solo quando avrà i jeans strappati come papà; e Sandra quando porterà i “colpi di sole blu” come la mamma).

Risultato? I figli sono privati di modelli e punti di riferimento, confondono – giustamente – il ruolo genitoriale con quello amicale e, se sono in gamba, realizzano d’avere dei genitori imbecilli.
Imbecilli perché non si rendono conto che si fanno manipolare da un mercato che da decenni cerca di vendere loro indumenti e accessori che devono essere costantemente “nuovi”, “giovani”, “alla moda” e che debbono quindi essere continuamente rinnovati (leggi pure “comprati”).
Imbecilli perché non si rendono conto che questo mercato sta tutto dentro una società che ci vuole convincere che la giovinezza è un valore assoluto (il valore), mentre la maturità è un malanno peggiore della peste bubbonica in stadio terminale. 

Non so voi come la vedete, ma quando incrocio le “strane coppie”, sono presa, più che dallo sconforto, dall’indecisione: non so mai se dispiacermi di più per i genitori o per la prole.
(Di P.)

venerdì 9 novembre 2012

In viaggio




Durante un recente viaggio, ho avuto il piacere di incrociare, nei corridoi di un aeroporto, un esemplare di donna elegante. Partiva, come tanti, ma incedeva con una grazia sua propria.
Poco importano l’età e la nazionalità. Indossava una gonna nera (longuette), calze color carne, scarpe nere dal tacco medio e una giacca avorio di taglio e tessuto impeccabili, che faceva le veci del soprabito. La borsa era né piccola né grande, e classicissima (sì, quella). L’acconciatura, semplice e giovanile, completava un insieme discreto quanto folgorante.
Non so se sarete d’accordo, ma mi sembra che s’incontrino troppo raramente persone di questo genere; pare infatti che le trasferte, con qualunque mezzo effettuate, tirino fuori il peggio di guardaroba spesso già discutibili.
Con la scusa della praticità (che ha i suoi lati terrificanti, a volte), si mette da parte il buon senso (estetico) e si indulge in giubbotti e giubbini dalle mille (e naturalmente inutili) tasche, in scarpe da ginnastica multicolore e multiterrore, in gonne e pantaloni “sportivi”, in accessori “plastificati” e in cappellini improbabili che – immagino – dovrebbero difendere alternativamente dal sole, dalla pioggia e dal vento.
Tutto per prendere l’auto, un treno o un aereo. Cioè dei mezzi in cui si trascorre il tempo seduti (senza marciare, correre o allenarsi ad alcunché di fisico), al riparo dalle intemperie (ovvero dal sole, dalla pioggia e dal vento) e in presenza di temperature medie, se non ideali.
Forse, allora, è meglio decidere di farsi notare per la sobrietà e l’eleganza anche in viaggio e in trasferta, abbigliandosi e “accessoriandosi” di conseguenza. Visto che – almeno così pare – cromatismi isterici e materiali ed equipaggiamenti da safari in condizioni estreme sono un tantino sovradimensionati rispetto alle esigenze della maggior parte dei viaggi della maggior parte della gente.
(Di P.)