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lunedì 21 maggio 2012

La porta in faccia


Invitiamo, chi lo desideri, a fare un esperimento. Consiste nel contare quante volte nell’arco di una giornata o di una settimana (o di un mese, se siete per le rilevazioni sul medio-lungo periodo) ci si ritrova con una porta in faccia. No, non la torta. La porta.
Succede spessissimo, almeno nella città in cui abito. Se ci si fa caso, risulta infatti impressionante il numero di persone che, quando entra in un negozio, in un cinema, in un bar, in uno stabile di qualsivoglia natura, procede sempre come fosse l’ultimo oltre che il primo della fila. Cioè, a questi soggetti non è mai stato insegnato o suggerito di volgere leggiadramente quanto parzialmente (basta poco, infatti) il collo per verificare che non vi sia qualcuno dietro di loro che, appunto, se ignorato, rischia di ritrovarsi con la porta chiusa sulla faccia.
Questo comportamento dà luogo a visioni estremamente ineleganti: chi sta davanti appare davvero come un perfetto esemplare di mancanza di percezione dell’esistenza di altri da sé (altresì definibile come “maleducazione”), e chi lo segue rischia a volte di doversi poco graziosamente puntellare sui tacchi per respingere la caduta libera della porta verso la sua persona.
C’è anche un altro possibile risvolto: il verificarsi di manifestazioni di riconoscenza quanto mai fuori luogo. Infatti, quando si trattiene una porta per chi segue (o precede: non facciamoci mancare niente) a volte il destinatario del gesto, non essendo evidentemente aduso a cotanta cortesia, si produce in ringraziamenti tali che potrebbero essere giustificati solo dall’avergli, che so?, salvato la vita dell’unico figlio, in procinto di essere travolto da un’auto in corsa.
Invitiamo dunque, chi lo desideri, a fare un altro esperimento. Sforziamoci di praticare sistematicamente la cortese apertura della porta per la sconosciuta o lo sconosciuto che ci segue quando entriamo o usciamo da un luogo pubblico. E proviamo a vedere se, dando l’esempio, i casi di porta in faccia in questa città conosceranno una (seppur minima) flessione.
(Di P.)

giovedì 2 giugno 2011

L’Italia delle buone maniere

Grazie a Graziano, il mio prezioso fisioterapista, che avendo lo studio sotto casa ogni lunedì mi usa la gentilezza di lasciare nella mia cassetta della posta l’inserto Domenica de «Il Sole 24Ore», sono incappata in un interessante articolo sulle buone maniere. E quale luogo migliore che questo per parlarne?

Il galateo perduto del neoconformista. Con questo titolo Donald Sassoon ci spiega come "difendere le buone maniere sembra essere diventata la prerogativa di chi è puritano, all’antica, non al passo con i tempi, e non essere al passo con i tempi" – conclude – "è il peggior peccato dell’era moderna".
Compiendo una breve storia delle buone maniere – dal cinquecentesco Cortigiano di Baldassarre Castiglione (dove si spiegava che il trucco era quello di eccellere facendo credere di non curarsene affatto, conoscere il codice ma farlo sembrare innato), al più diffuso Self-Help, di Samuel Smiles (1859) -  Sassoon ci illustra come da secoli si cerchino codici e modelli a cui guardare per apprendere la buona educazione. In questo breve articolo è segnalato anche un recente  libro di Gabriella Turnaturi, Signore e signori d’Italia. Una storia delle buone maniere (Feltrinelli), nel quale si evidenzia il legame tra civismo e buone maniere, due questioni strettamente legate. E su questo avrebbe potuto essere certamente  d’accordo il nostro Michele Lessona, che nel suo Volere è potere (1868) spiegava come nei primi passi mossi nella sua unità, l’Italia si dovesse confrontare con nemici più potenti degli austriaci: l’ignoranza, la superstizione, l’indolenza, l’invidia e il provincialismo (elenca Sassoon). Per vincere questa battaglia si consigliava dunque di seguire l’esempio degli italiani più illustri. Volere è potere nasceva così con l’intento di plasmare gli italiani e creare un’identità comune.

Ma in breve, dall’articolo di Sassoon si evince che sono due oggi le battaglie che dobbiamo affrontare: la prima è il conformismo, il cercare di comportarci come gli altri, e mettere da parte proprio quelle vecchie ma buone maniere di un tempo perché ormai ritenute obsolete e poco alla moda. Con la scusa di usare toni e comportamenti confidenziali per sentirci più rilassati e mettere a proprio agio gli interlocutori, si è finito col dimenticare quanto invece sia importante vestire parole e modi di fare  a seconda del luogo in cui ci si trova (andreste ad una cena di gala o ad una cerimonia in tuta e scarpe da ginnastica?). La seconda battaglia è quella contro televisione e i media, che non solo soffrono la totale assenza di nuovi modelli di comportamento, ma ostentano senza tregua "guru, personaggi famosi e politici che celebrano la loro mancanza di buone maniere, quasi sia a dire che il loro 'segno distintivo' è quello di non essere come tutti gli altri". Dice ancora Sassoon, "il paradosso è che credono di sottolineare le loro credenziali democratiche parlando in pubblico come si parla in privato".

Personalmente credo che non servirebbe conoscere a menadito il libro del caro Mons. Giovanni Della Casa, ma basterebbe un po’ di buon senso, insieme a una certa dose di coraggio di distinguersi e a un po’ di attenzione verso chi ci sta intorno. Dopo anni che sto con S., il mio compagno, ancora apprezzo quando mi apre la porta dell’auto,  mi fa accomodare al tavolo o si alza per primo se a cena occorre qualcosa che non è a portata di mano! E se salendo su un autobus e lasciando un posto a sedere ad un anziano ci sentiamo insultare, continuiamo a farlo: ci sarà sempre qualcuno che apprezzerà la gentilezza!
(Di C.)