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martedì 28 gennaio 2014

Una deliziosa serata tra amici, una cena perfetta

L'anno è iniziato bene. Benissimo. Con una serata e una cena eleganti, che più eleganti non si può. Ciò è avvenuto qualche giorno fa, da degli amici, che sono simpatici e accoglienti, ma questo lo sapevo già. Invece, hanno stupito con una cucina deliziosa. Onore al merito: lei è proprio, ma proprio portata. Ma lui ha fatto le foto. Quindi, onore al merito, again.

Il catalogo è questo...
L'antipasto consisteva in uno sformato di topinambur, accompagnato da una soave salsa al parmigiano. 



A seguire, uno sformato di riso venere, affiancato perfettamente da gamberoni e verdure julienne saltati delicatamente alla salsa di soia. Semi di sesamo, infine, per guarnire.



E ancora, sarde impanate e fritte (con garbo, con leggerezza), pomodori ciliegini caramellati, radicchio ai ferri: l'equilibrio era nel piatto.



Il dessert consisteva in superbe pere al vino con gelato, ma temo che ce lo siamo mangiato prima di pensare a fotografarlo. Lo avrebbero meritato. Come la galette des rois rigorosamente maison che lo ha seguito, quale "esotico" fuori programma di stagione.
Come se non bastasse, l'ospite - nonché cuoca sopraffina - indossava un abito adorabile, perfetto su di lei (la ragazza pare abbia gli indirizzi giusti). Chapeau madame !


domenica 13 gennaio 2013

Un decalogo in saldo




1. I soldi vanno, l’acquisto resta: che ne valga la pena, allora! O niente.

2. Se non è della mia taglia, non è della mia taglia. Quindi, non è della mia taglia. Ciò significa che non è della mia taglia.

3. Una cosa preziosa è lo spazio: non riempirò quello del mio armadio di cianfrusaglie. Nemmeno se sono firmate.

4. Meglio rinunciare a una cosa bruttina e poco costosa per comprarsene una (magari) più cara, ma bellissima (!), l’anno prossimo.

5. Inutile fare follie. Non sono ancora su un’isola deserta. Ci sarà sempre un altro vestito.

6. Idem. Ci sarà sempre un’altra borsa.

7. Idem. Ci sarà sempre un altro paio di scarpe (barra stivali).

8. Se non è il mio colore, non è il mio colore. Vale a dire che non è il mio colore. Come a dire, quindi, che non è il mio colore. Appunto: non è il mio colore.

9. Se porto solo abiti di jersey neri e camicie di seta, non comprerò pantaloni di lana e dolcevita policromi, costassero pure un soldo di cacio.

10. Se, nonostante tutto, non trovo niente, mi ripeterò il mantra dei saggi: non è la meta (l’oggetto) che conta, ma il viaggio (la caccia!).

lunedì 7 gennaio 2013

Tempo di saldi e saldi d'altri tempi



Probabilmente state ancora contando le cartucce e valutando lo stato dell’artiglieria, prima di passare all’azione e “colpire” (come dice una mia agguerrita ed elegantissima amica). Il tempo dei saldi, così attesi di questi (difficili) tempi, è già arrivato. Non si potrà attendere ancora molto per andare fieramente alla carica.


Nonostante il trascorrere degli anni e dei decenni, il periodo delle vendite a prezzo ribassato scatena sempre le stesse smanie e le stesse intense passioni: alla ricerca dell’occasione, del bell’oggetto meno caro o dell’oggetto caro non più inaccessibile.
Tempo di saldi e saldi d’altri tempi: negli anni Sessanta, Geneviève Antoine Dariaux, stilista, direttrice per anni della Maison Nina Ricci e punto di riferimento della moda e dello stile parigini, pubblicò negli Stati Uniti A Guide to Elegance, una guida che viene ancor oggi ristampata e che nel 2005 è uscita anche in un’edizione italiana (Guida all’Eleganza, Mondadori). 

Una prima edizione della guida all'eleganza di Geneviève Dariaux

 Alla voce “saldi”, Dariaux scrive: «I giorni delle vendite in saldo nei saloni d’alta moda di Parigi sono teatro di scene incredibilmente comiche! Matrone grassocce che cercano disperatamente di infilarsi in abiti creati per le esili indossatrici, sotto lo sguardo desolato della direttrice delle vendite, che rabbrividisce sembrandole di sentire le grida di dolore delle cuciture mentre si spaccano e i dolenti gemiti delle cerniere lampo sottoposte a tortura. Clienti che vagano senza il minimo imbarazzo in mutandine e reggiseno. E, spettacolo più temibile di ogni altro, le perenni cacciatrici del buon affare, che veleggiano nei saloni di Dior o Givenchy come se andassero al mercato delle pulci e, lo sguardo accigliato, scavano sistematicamente tra i vestiti in mostra alla ricerca della perla rara.
È del resto possibile trovare una vera “perla” alle vendite a saldo se sapete come cercarla, se non avete idee preconcette e se siete pronte a comprare un soprabito invernale in giugno o un abito di lino a gennaio […].

L'edizione contemporanea (quella italiana ne replica la grafica).
 
Tuttavia, non consiglierei a una cliente inesperta di avventurarsi nei saldi, perché, se ha la sfortuna di capitare tra le mani di una venditrice poco scrupolosa (il che accade naturalmente più di rado in una casa di moda con una buona reputazione), corre il rischio di portarsi via un capo che non oserà indossare mai dopo esserselo provato davanti al suo specchio, lontana dall’atmosfera inebriante del salone di moda. […]
I saldi nei grandi magazzini sono ancora più rischiosi, sebbene sia a volte possibile fare splendidi affari. […] Alcune fabbriche si specializzano in abiti per i saldi, e i loro capi raramente valgono più del cosiddetto “metà prezzo” al quale vengono venduti.

Geneviève Antoine Dariaux
 
Non mi aspetto che queste tristi realtà dissuadano le donne dal cercare un colpo di fortuna, perché la caccia al buon affare sembra un istinto femminile innato. Potrete anche trarre grande soddisfazione dai saldi, purché vi armiate di molto coraggio e della forza d’animo per resistere alla tentazione di un vestitino incantevole che si rivelerà costosissimo quando vi renderete conto che, anche se non vi è costato “niente”, non vi serve a niente.» (G. A. Dariaux, Guida all’Eleganza, Mondadori, Milano 2005).

(Di P.)

martedì 1 gennaio 2013

Il Colpaccio

Capita raramente, ma quando capita sono soddisfazioni. Esci a fare un giretto. Magari sei pure tutta presa e compresa nei tuoi crucci veri o presunti, ma la congiuntura dell’universo fa sì che tu giunga in prossimità di un negozio, di un negozietto, anche di un negoziaccio. Magari anche un esercizio nel quale non sei mai entrata o che non avevi nemmeno notato. O lo avevi notato, ma lo avevi mentalmente archiviato come “ininteressante”.
E ci entri. Tanto… Così, per perdere qualche minuto.
E trovi.
E fai il colpaccio.
Dicesi colpaccio l’imbattersi – in genere fortuitamente – in un indumento o accessorio che non solo è della tua taglia, ma ti va a pennello, proprio a pennello. Che non solo ti sta benissimo, ma ti piace pure un mondo (il colpaccio mette allegria, il colpaccio è euforizzante). Che non solo è firmato, ma è pure di qualità eccelsa (il colpaccio dura nel tempo). Che non solo è in saldo, ma beneficia di un ulteriore ribasso (il colpaccio è tale quando la cifra dispensata è seriamente ridicola, questo è fondamentale). E se è un vestito, ti regalano pure l’appendino. E se è una borsa, c’è pure il suo bel sacco antipolvere.
Una volta, all’atto di pagare la suddetta ridicola cifra per un colpaccio, ho pure scoperto che, benché ridicolmente bassa, la somma sarebbe pure stata devoluta… in beneficienza. È stato meglio di un sogno ad occhi aperti: per un attimo, ho sperimentato il mondo alla rovescia. Rubavo, e mi dicevano grazie, brava, torni… E mi hanno dato anche l’appendino. 
Insomma, è stato Il Colpaccio.
Per il nuovo anno, auguriamo a tutti di fare almeno un colpaccio. 

Buon 2013 da Costanteleganza.

(Di P.)

sabato 8 dicembre 2012

Eruzione d'entusiasmo





Mi fanno morire (di tenerezza) quelli che quando ti incontrano ti esplodono in un entusiastico: “Ma che elegante che sei oggi!!”. Perché non si rendono conto che può anche sembrare offensivo (“Ma che elegante che sei oggi!! In genere, mi ricordi una modella della Standa”). Specie a causa della sincera e incontenibile sorpresa, ti senti un po’ a disagio: la voce si alza loro pure di qualche tono e c’è, a volte, anche un leggero strabuzzamento dell’occhio. E immediatamente dopo avere fatto brillare la loro mina d’apprezzamento, ti guardano come cuccioli che sono stati tanto bravi e che si aspettano subito subito una coccola e un “grazie” formato natalizio.
Mi fanno una tenerezza indicibile.
E mi fanno pensare: magari è meglio se sto più attenta. Magari, il più delle volte, sembro davvero una modella della Standa.
(Di P.)

domenica 2 dicembre 2012

The Odd Couple(s)




Da qualche tempo, ho notato che può capitare di incontrare abbastanza spesso delle “strane coppie”. Non esattamente come quella del perfetto (perfettamente scritto, perfettamente interpretato, perfettamente cadenzato) film di Gene Saks e Neil Simon, ma, a volte, con gli stessi risvolti comici.
Sto parlando delle coppie madri e figlia o padre e figlio (è più evidente tra genitori e pargoli dello stesso sesso, ma avviene anche tra sessi diversi) in vestitura simbiotica. C’è la figura grande e c’è la figuretta piccola, ma sono vestiti nello stesso identico modo.
Si tratta di una tendenza naturale, che è sempre esistita e, anzi, fa parte non solo della cultura Occidentale, ma di tutte le culture. La questione interessante è che in Occidente, e solo in Occidente ho l’impressione, si è invertita la direzione del fenomeno.
Un tempo, e da sempre, erano i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze a volersi abbigliare (e truccare, e “accessoriare”) come gli adulti e, naturalmente, in particolare come gli adulti di riferimento, cioè i genitori. Passare dal calzone corto a quello lungo, indossare i primi centimetri di tacco, disfarsi delle trecce o della coda di cavallo, annodare una cravatta o sistemare un foulard, portare un gioiello, ma anche, semplicemente, indossare un primo abito “da donna” o una giacca: erano, e per alcuni sono ancora, il simbolo di un primo rito di passaggio all’età adulta, a lungo agognato e – perché no? – anche piuttosto divertente.
Ora, invece, a mano a mano che l’età matura o quella di mezzo si avvicina e si consolida per i genitori, sono questi ultimi che compiono il rito di passaggio, ma a un’eterna giovinezza o adolescenza. E cominciano (o continuano) a vestirsi come i loro figli (questo significa allora che Giorgino potrà finalmente sentirsi “grande” solo quando avrà i jeans strappati come papà; e Sandra quando porterà i “colpi di sole blu” come la mamma).

Risultato? I figli sono privati di modelli e punti di riferimento, confondono – giustamente – il ruolo genitoriale con quello amicale e, se sono in gamba, realizzano d’avere dei genitori imbecilli.
Imbecilli perché non si rendono conto che si fanno manipolare da un mercato che da decenni cerca di vendere loro indumenti e accessori che devono essere costantemente “nuovi”, “giovani”, “alla moda” e che debbono quindi essere continuamente rinnovati (leggi pure “comprati”).
Imbecilli perché non si rendono conto che questo mercato sta tutto dentro una società che ci vuole convincere che la giovinezza è un valore assoluto (il valore), mentre la maturità è un malanno peggiore della peste bubbonica in stadio terminale. 

Non so voi come la vedete, ma quando incrocio le “strane coppie”, sono presa, più che dallo sconforto, dall’indecisione: non so mai se dispiacermi di più per i genitori o per la prole.
(Di P.)