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mercoledì 1 aprile 2015

Triste, banale, brutto

In questi giorni è uscito il nuovo numero di una rivista francese per uomini (?), che già dal nome fa capire che si tratta di una testata molto creativa e che certo non ha bisogno di copiare nulla da nessuno: Lui (che in francese è il maschile di "elle", cioè Elle).
Viviamo ancora in una società libera in cui fondare una rivista è permesso a chiunque, non è questo il punto. Il punto è l'ultima copertina e la persona che vi appare. Si tratta di una foto dell'attrice Virginie Ledoyen. 
Non è Nicole Kidman, ma nemmeno l'ultima arrivata. Ha cominciato a comparire al cinema verso l'inizio degli anni Novanta, vanta una carriera internazionale e ruoli che spaziano dal film d'autore al cinema di genere. Qualche titolo: L'Eau froide (1994) di Olivier Assayas, Il buio nella mente (1995) di Claude Chabrol, La figlia di un soldato non piange mai (1998) di James Ivory, The Beach (2000) di Danny Boyle, 8 donne e un mistero (2002) di François Ozon. Esce ogni anno con uno o due film e in Francia è senz'altro una celebrità, oltre che un'attrice che lavora. La signora non ha un fisico straordinario, ma possiede un volto molto bello e fotogenico e non ha ancora toccato la quarantina, perciò, se è quello il problema, può rilassarsi, perché potrà tranquillamente interpretare delle trentenni ancora per altri dieci anni.
Ebbene, nonostante tutto ciò, ha pensato di farsi fotografare sullo sfondo di una scenografia porno-chic-kitsch (profusione di dorature, di tappeti, di broccati, ecc.) in posa frontale, abbondantemente e pesantemente truccata, seduta con le gambe aperte, naturalmente seminuda, mentre con le mani tiene davanti a sé - a sé e alle parti intime - un... gatto. 
Che poi è una gatta. E a chi il francese lo conosce lascio il piacere di assaporare la finezza, l'originalità e la sofisticazione dell'ardita metafora. Mentre a chi non lo conosce lascio il privilegio invidiabile di ignorare la suddetta. 
Io la foto e il suo offensivo contenuto (per le attrici, per le donne, per gli uomini - veri - e perfino per i gatti) non li pubblico. Andateveli a vedere, se lo desiderate. Non sarà difficile trovarli in rete.
Tenevo a denunciare - sì, denunciare - un'operazione che è triste, banale, brutta da capo a piedi. Tutto è scadente in quell'immagine. Non so chi l'abbia scattata, ma persino la qualità della foto è mediocre. E Madame Ledoyen è ridicola, grottesca. patetica.
Mi sento offesa personalmente da tanta bruttezza e mancanza di gusto, ma soprattutto dal fatto che un'attrice (?), che un lavoro e una carriera li ha, debba abbassarsi a tali livelli per un'operazione promozionale che è - nel contenuto e nella forma - un insulto alla dignità della sua professione e di tutte le donne e degli uomini intelligenti, liberi e perfettamente consapevoli che il cattivo gusto, l'erotismo posticcio e lesivo dell'immagine della donna non sono né divertenti né eccitanti né interessanti. 
Ho stabilito di non andare più a vedere nessun film con Virginie Ledoyen. Vi invito a fare lo stesso.

(Di P.)  

 


venerdì 16 novembre 2012

La diatriba dei leggings





Un’amica, qualche settimana fa, mi/si/ci poneva la seguente questione (con una certa veemenza: è grintosa, la ragazza): «Ma dei leggings portati come pantaloni vogliamo parlarne?? Passi quando è il sedere (se bello) che viene evidenziato, ma il modo in cui incorniciano "la parte davanti"... È abominevole! Non si possono guardare! I leggings non sono pantaloni, e che cavolo!!»
La prima cosa che mi viene in mente è che sono un ibrido: né calze né calzoni. E come tutti gli ibridi, dividono: c’è chi li porterebbe tutti i giorni e chi non li metterebbe mai. Senza contare chi non li prende neanche in considerazione (mi inserisco, se permettete).
Sotto una gonna o un vestituccio ce li possiamo far stare, se ci teniamo, ma concordo con la ragazza grintosa: portati al posto dei pantaloni hanno qualcosa di urtante, eccessivo e, francamente, potentemente volgare e un po’ pornografico. Mentre, mi permetto ancora, aggiungerei che, portati al posto delle calze, fanno comunque apparire le gambe opache e, obiettivamente, le ingrossano.
Inoltre, un primo impiego dei fuseaux in tessuto elasticizzato, alias leggings, fu quello dell’abbigliamento sportivo. Sportivo: questo dovrebbe dirci qualcosa.
Li ho cercati in almeno sette tra monografie, manuali e saggi sulla moda e l’eleganza: nessuna traccia. Anche questo dovrebbe dirci qualcosa.
(Di P.)

venerdì 9 novembre 2012

In viaggio




Durante un recente viaggio, ho avuto il piacere di incrociare, nei corridoi di un aeroporto, un esemplare di donna elegante. Partiva, come tanti, ma incedeva con una grazia sua propria.
Poco importano l’età e la nazionalità. Indossava una gonna nera (longuette), calze color carne, scarpe nere dal tacco medio e una giacca avorio di taglio e tessuto impeccabili, che faceva le veci del soprabito. La borsa era né piccola né grande, e classicissima (sì, quella). L’acconciatura, semplice e giovanile, completava un insieme discreto quanto folgorante.
Non so se sarete d’accordo, ma mi sembra che s’incontrino troppo raramente persone di questo genere; pare infatti che le trasferte, con qualunque mezzo effettuate, tirino fuori il peggio di guardaroba spesso già discutibili.
Con la scusa della praticità (che ha i suoi lati terrificanti, a volte), si mette da parte il buon senso (estetico) e si indulge in giubbotti e giubbini dalle mille (e naturalmente inutili) tasche, in scarpe da ginnastica multicolore e multiterrore, in gonne e pantaloni “sportivi”, in accessori “plastificati” e in cappellini improbabili che – immagino – dovrebbero difendere alternativamente dal sole, dalla pioggia e dal vento.
Tutto per prendere l’auto, un treno o un aereo. Cioè dei mezzi in cui si trascorre il tempo seduti (senza marciare, correre o allenarsi ad alcunché di fisico), al riparo dalle intemperie (ovvero dal sole, dalla pioggia e dal vento) e in presenza di temperature medie, se non ideali.
Forse, allora, è meglio decidere di farsi notare per la sobrietà e l’eleganza anche in viaggio e in trasferta, abbigliandosi e “accessoriandosi” di conseguenza. Visto che – almeno così pare – cromatismi isterici e materiali ed equipaggiamenti da safari in condizioni estreme sono un tantino sovradimensionati rispetto alle esigenze della maggior parte dei viaggi della maggior parte della gente.
(Di P.)

giovedì 25 ottobre 2012

Reazioni e suggerimenti



L’ultimo post ha provocato molti commenti, giunti per vie diverse da quella istituzionale del blog (ragazze e ragazzi la prossima volta potete lasciarli sulla pagina di Costanteleganza, se lo desiderate: se lo fate anonimamente, non cambia nulla. Dai!)
C’è stato il pungente: “Hai ragione, le unghie finte mi hanno sempre causato chiusura alla bocca dello stomaco”. O il più provocatorio: “Ma non dici niente delle unghie coperte di sangue…”. C’è stata una bella definizione della collega che ho portato ad esempio: “Portatrice non sana di unghie finte”. Non sono l’unica “cattivella”, per fortuna. Perché pare che io lo sia…
E lo sono. Però l’intenzione non era ridicolizzare una collega, era evidenziare come, quasi sicuramente, la sua scelta di "manipolare" le unghie non sia una scelta consapevole. Il cattivo gusto è una cosa, e la signora in questione evidentemente ne possiede una dose congrua a ciò che fa alle proprie mani, ma quel che mi ha dato da pensare è che forse questa persona si decora le unghie perché, con le risorse che ha a disposizione, non riesce a trovare di meglio per “decorarsi”, “coccolarsi”, sentirsi curata e originale. In altre parole, una volta certe brutture erano appannaggio di ceti penalizzati economicamente e culturalmente; oggi mi sembra che anche il ceto medio sia ridotto, per mancanza di risorse e tempo per pensare, a usufruire di prodotti e servizi d’infimo gusto e livello qualitativo. Che, infatti, dilagano, e così facendo diffondono “il brutto” un po’ ovunque. Anche dove o su chi, qualche anno fa, non te lo saresti aspettato.
Un’amica ha scritto invece, sempre a proposito della pratica di decorare le mani in quel modo: “Tutto questo, come si chiama? ‘Make-up per le unghie’: oltre a essere brutto, fa paura! Finisce che noi donne sembriamo sempre pronte ad aggredire (anche fisicamente) i poveri uomini, che già non sanno più rapportarsi con noi... Salvo però lo smalto rosso, che mi piace sempre molto, possibilmente su unghie corte!”. Come non essere d’accordo? Sullo smalto classico, ma anche sull’effetto respingente di certe unghie. Che, viste le chiusure alla bocca dello stomaco della fanciulla citata, colpisce non soltanto i signori uomini.
Infine, qualcuno che ha sempre delle acconciature impeccabili mi ha scritto: “Ma un post sui capelli ti manca!”. In effetti, è vero. Bisognerà pensarci. Se mi date qualche spunto…
(Di P.)

domenica 21 ottobre 2012

Il prodotto della crisi: conveniente, brutto e inutile


Recentemente, sono stata avvicinata da una collega e mi sono accorta che aveva le unghie decorate con triangolini, stelline, striscioline in colori multipli e assortiti che andavano dal fucsia al bianco con pagliuzze argentate. 
Superato lo spavento, mi sono posta qualche domanda e qualche riflessione ne è scaturita.
La signora in questione, personcina per bene, laureata, madre di famiglia, ecc. forse non ha preso in considerazione il fatto di avere superato i sedici anni. Che dovrebbe essere l’età limite un po’ per tutti quanto alla pratica del cattivo gusto «dal fucsia al bianco con pagliuzze argentate» (adoro citarmi).
Superati i suddetti limiti di età, si scade nel patetico e/o grottesco e/o tristissimo e/o reato di leso senso estetico del prossimo.
Però. Siamo anche tutti concordi, credo, sul fatto che ognuno sia libero di fare ciò che più gli garba con le proprie unghie. E va bene…
Ma un’altra riflessione - più cupa - mi si è affacciata alla coscienza: sempre la dama in questione, per quelle unghie, mi dico, ci avrà speso del denaro, per non parlare del tempo che il procedimento avrà richiesto. Ora, non ho nulla in contrario a che i centri estetici, gli estetisti e le estetiste si guadagnino il loro pane quotidiano. Quel che m’inquieta è che, se ci fate caso, questo è esattamente il genere di servizio che ha cominciato a dilagare significativamente da quando la crisi e la recessione economica si sono imposte nelle nostre vite. 
Sto parlando di servizi (e di beni) che hanno tre fondamentali caratteristiche: costano relativamente poco, sono inutili, sono brutti (o, come in questo caso, il brutto lo creano).
Però ci danno l’illusione di stare facendo qualcosa per noi stessi, anche con i quattro soldini che ci restano alla fine del mese (perciò ci sentiamo anche scaltri). Ci danno l’illusione di essere originali, e quindi liberi. Ci danno l’illusione di poterci ancora permettere il superfluo.
Appunto: l’illusione.
Bisogna stare attenti. 
C’è un risvolto della crisi di cui non si parla abbastanza: l’abbassamento della soglia estetica (oltre che culturale) delle persone. 
Che peraltro passa attraverso un ulteriore svuotamento del portafoglio. (Di P.)